MARIA DI MAGDALA
e le altre donne discepole del Signore
A seguire il supplizio di Gesù lungo il Calvario e sulla croce, i vangeli testimoniano in modo unanime, la presenza di alcune donne, tra le quali spicca Maria di Magdala.
«L’oscurità del Golgota viene rischiarata dalla presenza delle donne. La via crucis si trasforma in via lucis: «ai piedi della croce, verrà alla luce la loro funzione. Nel momento della sofferenza più atroce, mentre l’intera comunità maschile è dispersa, compaiono le donne. Il femminile giunge a tempo, a contenere lo strazio e il dolore, a indicare la vera natura del discepolo».
La folla del pretorio è chiassosa, rumorosa, forse istigata da astuti provocatori prezzolati. La folla sul Golgota, al contrario, è silenziosa, quasi tutta femminile, per questo fa più impressione. I despoti hanno terrore del silenzio e del pianto delle donne. Proprio loro, le pie donne, Gesù incontra mentre percorre con la croce la salita del Calvario: le trova in lacrime, le chiama figlie. Il loro pianto è segno che il cuore è pronto ad ascoltare la Parola, non le chiacchiere.
La coraggiosa presenza di Maria di Magdala e delle donne raccoglie la sfida del “nulla”, del momento più buio di Gesù che vive l’assenza e l’abbandono da parte dei suoi discepoli, scelti uno per uno avevano seguito il Maestro lungo le strade della Palestina, condividendo con lui ogni cosa; a Cesarea di Filippo avevano rimarcato una differenziazione dalla mentalità collettiva riconoscendo nel loro capo il Cristo Figlio di Dio, nel cenacolo avevano ricevuto la consacrazione della “consegna” loro affidata: spezzare il pane e offrire il vino della nuova alleanza, portando per il mondo la buona novella. Sul Golgota le donne non cercano spiegazioni, non giudicano l’assenza dei discepoli, ma tentano di dare un senso a quel vuoto ingombrante: per esperienza sanno che, in particolari circostanze, è sufficiente una silenziosa presenza. Nello spirito maschile si riscontra una difficoltà più marcata, rispetto al femminile, di assistere ad una sofferenza di fronte alla quale si è impotenti. Soprattutto se non esistono alternative e si rende evidente la propria inutilità. Lo spirito femminile è più capace, davanti a certe sofferenze, di sopportare questa impotenza e questa inutilità.
Con la loro assenza, i discepoli ammettono una “sconfitta” e commettono un secondo errore: scambiano la loro fine (o fuga) con la fine, mentre sul Golgota siamo solo all’inizio del mistero. Seguire passo dopo passo un condannato a morte significa solidarizzare pubblicamente con lui. Tra le donne e Gesù si accende un dialogo fatto di gesti, sguardi, più che di grandi discorsi: solo a loro Gesù rivolge l’ultimo messaggio evangelico pubblico, invitandole a guardare al futuro, a non limitarsi a piangere per la sua sorte e, teneramente, le chiama «figlie». Questo dialogo sul Golgota tra Gesù e le donne, non solo tenta di lenire (non di eliminare) qualche sofferenza di Gesù, ma contiene un importante messaggio teologico: la reciproca accoglienza del maschile e del femminile in Gesù, nel progetto di liberazione, di nuova umanità per il mondo. Inoltre, tutto ciò è anche indicazione precisa per chi vuole mettersi alla sequela di Gesù: «attraverso i racconti evangelici, Gesù ha rivelato di saper cogliere dentro di sé e quindi esprimere numerosi caratteri propri dell’animo femminile, quasi a proporre un progetto di “integrazione” tra le due componenti dell’umano, appunto il maschile, in cui si è calato, e il femminile, che ha assunto».
Con la stessa tenerezza che Gesù usa verso di loro, le donne raccolgono le ultime frasi pronunciate dal Signore e, successivamente, trasmesse agli evangelisti. Sono sette le frasi pronunciate da Gesù: un numero biblico legato al compimento della creazione e quindi con un significato di perfezione.
Seguendo la sequenza cronologica dei vangeli, la prima frase che Gesù pronuncia in croce è una lacerante domanda al Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», ripetuta in aramaico («Elì, Elì, lemà sabactàni?», Mt 27,46; Mc 15,34-35). Le donne, ai piedi della croce, sono le testimoni del pessimismo più amaro che Gesù manifesta con la frase urlata sulla croce.
Gesù scende nell’abisso perché in lui alberga la pienezza della speranza di Dio, paradossalmente, il suo amaro pessimismo è un tunnel oscuro verso la speranza più luminosa.
La seconda frase di Gesù è espressa nel Vangelo di Luca: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Gesù si rivolge nuovamente al Padre, dal pessimismo ritorna con fiducia a chiedere un perdono per chi, bruciato nelle brame del potere, della carriera, dal prestigio, perde la testa, l’orientamento, il senso della vita. La richiesta di Gesù sottintende anche una intercessione, che etimologicamente significa stare in mezzo alle situazioni, ai conflitti, ai problemi e pure le donne della via lucis sono coinvolte, e sconvolte, ai piedi del crocifisso con lacrime di intercession».
da Silvio Mengotto, Donne nel respiro di Ruàh
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